
Il primo impatto con la Mongolia è stato travolgente.
In poche ore ci siamo ritrovati catapultati in un mondo completamente diverso. L’effetto che fa confrontarsi con un paese asiatico, per cultura, tradizioni, architettura e modi di vivere così diversi lascia sempre un po’ spiazzati all’inizio. Fa capire quanto poco conosciamo del mondo e quanto c’è da scoprire.
Partiamo da Ulaanbaatar che ci ha accolti con un mix di fascino e disorientamento. Un posto fuori dal tempo, parte di un’altra dimensione a cui non siamo abituati. Le strade, segnate dal passaggio dei carri sovietici nel passato, si snodano tra imponenti edifici grigi – tipici di quel periodo – e scritte in cirillico su pareti e insegne. Paure e timori pian piano si acquietano e lasciano spazio all’equilibrio, grazie ai sorrisi delle persone e alla loro calda accoglienza.
Uscire da Ulaanbaatar è come iniziare a respirare per davvero. Le steppe si estendono all’infinito, un tappeto erboso punteggiato da mandrie di cavalli selvaggi che galoppano liberi sotto un cielo immenso. La sensazione di libertà è palpabile, iniziamo a vivere momenti semplici attraversando questi paesaggi limpidi.
Sì, perché come in ogni altro nostro viaggio sembra che la costante dell’inizio sia re-imparare ad apprezzare e stupirsi delle cose autentiche e genuine, come i bambini che giocano nel fango.
La prima giornata inizia con un risveglio in un campo agricolo, nel mezzo di una radura. La sera prima siamo stati ospitati da una famiglia di contadini, e fin da subito si è creata quella sintonia tra viaggiatori e popolazione che mette in luce una grande virtù delle terre asiatiche: l’ospitalità.
Ancor di più qui, in Mongolia, dove i nomadi da sempre seguono il ritmo delle stagioni, la casa è più di un semplice rifugio che spesso si muove: è un luogo di condivisione, un punto di contatto con la natura e con il divino, è tutto ciò che ti circonda.
Il grande Cielo sopra di noi, accoglie tutti sotto un’unica realtà, il grande Tengri, “il dio del cielo azzurro” è così che lo chiamano.
Ci torna alla mente un’analogia con il Buddhismo Tibetano (molto diffuso in Mongolia) e le Lung-ta, rappresentanti i cinque elementi: terra, acqua, fuoco, aria – contenuti nel grande Blu, l’etere.
Le pedalate procedono faticose, grandi venti ci soffiano contro, rallentandoci. Siamo soli, circondati da un’infinità di terra e di cielo, ma non ci sentiamo mai veramente soli. La presenza dei cavalli selvaggi che galoppavano liberi a fianco a noi, nella steppa, ci fa sentire parte di qualcosa di più grande, di un ciclo senza fine. E’ come se la natura stessa ci spingesse ad andare avanti.
A differenza del Nepal, qui percorriamo centinaia e centinaia di km senza incontrare case o villaggi, ad eccezione di qualche yurta dove alla volte troviamo ristoro e ospitalità. Questo luogo è un terreno fertile per la riflessione, pregno di immensità e desolazione, che ci da la possibilità di ascoltare la nostra voce interiore. E proprio nei momenti di silenzio abbiamo compreso quanto siamo piccoli e quanto siamo parte di qualcosa di molto più grande.
Qui infatti il silenzio è onnipresente, quasi da diventare un rumore, sempre più nitido e potente.

E’ come se le nostre orecchie, finalmente liberate dai suoni superflui,
potessero captare le più sottili vibrazioni dell’universo.
Il silenzio ha il rumore del vento, dell’acqua che scorre, del respiro che aumenta con la fatica, delle nuvole che si muovono, delle fronde degli alberi che si agitano, dei fili d’erba che si scontrano, degli animali che emettono suoni nella notte, della vita che in tutta la sua purezza si manifesta nella sua forma più semplice.
Viviamo sveglie molto fredde, le mattine iniziano con i brividi, e il fuoco che crepita è una salvezza finché l’alba non si staglia di fronte a noi e il sole non sale in cielo, scaldandoci col tepore dei suoi raggi. In giornate come queste il cuore si fa leggero e le gambe sono pronte. Ci lanciamo in pedalata, sentendoci liberi come il vento.
La Mongolia per certi versi è ha una natura inospitale e salendo sempre più verso il Lago Khuvsgul, meta del nostro viaggio al confine con la Russia, capiamo meglio il perché. Sono passati ormai 15 giorni e siamo a circa 800km percorsi. Le strade per salire a nord sono spesso dissestate, incontrare vita umana è raro e il freddo che arriva dalla Siberia e soffia verso Sud rende le notti molto dure. Tuttavia in questa ostilità, in questa fatica, accade che incontriamo persone di una grandezza e di una tenacia che ci lasciano senza parole. Uomini forti, che lavorano in condizioni spesso estreme, che vivono vite audaci eppure gentili.
Allora comprendiamo perché il più grande Impero della storia recente abbia preso vita proprio qui, in Mongolia: il popolo mongolo è un popolo di guerrieri.
Con un nodo in gola e il gelo dell’inverno alle porte ci lasciamo Hatgal alle spalle, l’ultimo baluardo di civiltà prima delle vaste distese intorno al lago. Stimiamo tre giorni per arrivare alla punta nord. Al terzo giorno, però, di fronte a noi si stendono circa 40km di dune di sabbia, un ostacolo insormontabile che ci spinge a desistere. Inoltre il pensiero delle prime nevicate imminenti ci convince a tornare indietro, consapevoli che la natura, qui, è sempre la padrona.
Durante il rientro abbiamo la fortuna di trovare accoglienza in una yurta di nomadi, è una famiglia che pascola Yak. Ci offrono ristoro e rifugio per la notte, e così passiamo con loro la giornata. La comunicazione non è affatto semplice, noi non comprendiamo nulla di ciò che dicono e viceversa, ma è così che riscopriamo la semplicità dei gesti, e pian piano iniziamo a comprenderci. Nonostante la barriera linguistica riusciamo a svolgere insieme diverse attività, finché dopo aver tirato fuori una penna iniziamo a disegnare insieme! Questo momento segna una forte connessione tra noi e loro. Attraverso la pratica del disegno ci immergiamo in raffigurazioni di storie e cultura locale, per un momento la lingua sembra non esser più una barriera tra di noi, l’immaginazione e le immagini diventano invece ponti che ci connettono. Ed è proprio qui che sta il significato di un’esperienza di questo tipo: unione.
Pedalando verso sud, tornando a casa, sentiamo ancora il calore del fuoco della yurta e il suono delle risate della famiglia. Sorge in noi la malinconia della consapevolezza che non ci saremmo mai più rivisti nella nostra vita.
Intraprendere un viaggio in bici da possibilità di riscoprire parti di se stessi, oltre che del luogo e del popolo con cui si entra a contatto, e queste sensazioni rimangono per sempre, sia in te che nelle persone che incontri.
































